Profilo di MirkoWindows live spaces di M...FotoBlogElenchiAltro Strumenti Guida

Blog


05 giugno

Preghiera

Dicono in giro che parlare al passato di qualcuno sia il primo segno di accettazione della sua scomparsa. I ricordi iniziano quando capisci che sono momenti irripetibili, piccoli attimi di vita, che legati insieme raccontano una storia, talvolta due o più. La felicità di una persona si conquista con i piccoli gesti, e, quando meno te lo aspetti, diventi dipendente da quella felicità, schiavo di un' abitudine che non stanca mai. I pomeriggi trascorrono più veloci quando si è in due, quando alla tua voce ne fa eco un' altra, di pari intensità e diversa lingua, a riempire un silenzio assordante. Sono le coccole, le carezze e gli sguardi. Piango di lui ciò che mi è tolto, le braccia magre, la fronte, il volto.


Dicono che quando in una casa abita un gatto nero, è segno che ci sia amore, tanto amore. Forse è proprio quell' affetto incondizionato, che mi ha reso quello che sono.


A un amico, un fratello, uno degli individui ai quali ho voluto più bene al mondo.


Ciao Chopy, ci rivedremo, un giorno, in paradiso.




YouTube - Preghiera in gennaio fabrizio de andrè
  

04 marzo

Flush

Quando chiesi a mio padre "cosa c' è alla fine del mondo?"
mi prese in spalla e rispose, con tono caldo e profondo.

"Osserva figliolo, fin dove il tuo sguardo si riresce a posare, a metà tra le nuvole e il mare.
Laggiù ci son uomini alti come bambini, la loro ombra, a confronto, li fa sembrare dei nani".

Alto sui naufragi, dal bel vedere delle torri,
dalle spalle di mio padre volevo toccarli;
con gli occhi socchiusi, all' altezza del sole,
cercavo di cogliere quel segreto speciale.

"Alla tua età sognavo mondi diversi, con mille colori e dialoghi in versi,
fiumi di azzurro tra distese di verde, guardando di notte la luna e le stelle."

Le mie mani stringevano immagini distanti,
mi divertivo a spostarle e seguirle sfuggenti.


Tolsi gli occhiali scuri a mio padre,
senza un cenno del capo rimase a guardare:
la luce diretta non gli fece alcun male,
le sue palpebre grandi non si chiusero al sole.

"Non conosco il luogo dove tramonta la terra, nè dell' arcobaleno i cristalli di pioggia.
Il mio mondo finisce dove la mano si poggia"




Ricordo quei giorni con mente sognante, quando egli era l' eroe più grande.
Lo credevo invincibile, il più grande guerriero, colui che può vincere ogni avversario.

Il suo inganno più grande, gli occhiali neri da sole,
celavano la verità per un figlio speciale.

Li conservo oggi, come un tesoro regale,
la finestra sul mondo del mio più grande ideale.

11 gennaio

Tributo

   
 
Ricordo i pranzi della domenica di quando ero bambino, e la casa di mio padre profumava di pasta al sugo e vinile.
Ricordo le tue parole sussurrate dallo stereo nel salotto accompagnate dalle labbra di mio padre, affinchè potessi anche io comprenderne il senso.
Mi hai tenuto per mano nei momenti più tristi, perchè la tua musica è per le "anime salve".
Hai ispirato ogni mio giorno ed ogni mio pensiero.
Stasera, come ogni sera, ascolterò la tua voce che canta nel vento, chiuderò gli occhi e cercherò di renderti omaggio, a modo mio.
Sei il più grande poeta che la gente abbia mai avuto.
Grazie, di tutto.
 
Ciao Fabrizio.
 
 
 
"Perché scrivo? Per paura. Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo. Per paura che si perda il ricordo di me. O anche solo per essere protetto da una storia, per scivolare in una storia e non essere più riconoscibile, controllabile, ricattabile"
-Fabrizio De André
 
02 dicembre

Candle in the wind

Lei è bella, come una Venere di Milo, forse con un paio di braccia in più e un pò meno tette. Porta i suoi diciassett' anni in uno zaino Invicta sui banchi di scuola, contaminandoli con birra e sigarette, perchè il sesso è ancora un tabù. Chi conosce Giada sa che stiamo parlando di un' adolescente con la A maiuscola e tutte le vocali al loro posto, una di quelle che scrive "perchè" in forma estesa e dice ancora "ti voglio bene" per intero. Accarezza con una mano la penna e con l' altra la superfice liscia del foglio, non è la prima volta che scrive, ne sarà stata l' ultima. Le parole rimbombavano pesanti e stanche nella sua testa, i suoi occhi da ragazzina stanca confermavano questa immagine. Guarda la penna, il foglio e poi di nuovo la penna. Sua madre la chiama "incapacità di focalizzare l' attenzione", i medici la chiamano "adolescenza". Tra i capelli neri che coprono le orecchie si fa strada una musica elettronica con ritmi sincopati. Pause, battiti, impulsi e voce. Distrattamente le sue labbra accompagnano la melodia, mentre lo sguardo continua a vagare. Ha vissuto i suoi diciassette anni in bilico tra i suoi capelli e il colore del rossetto, senza mai sporgersi al dilà delle sue ciglia chilometriche. Ha visto il suo mondo cambiare sotto una pioggia sottile di novembre, di quelle che fanno cantare a squarcia gola e che ci illudono che non ci sarà mai sole nel futuro. Due ragazzi e una ragazza si sono persi in quegli occhi così chiari che è impossibilie ricordarli per bene. Un "ti amo", un perdono e mai un "ti odio", solo uno squallido "addio" pronunciato tra i denti, nato dal rancore che solo una donna può serbare. Batte ripetutamente la penna sul foglio, cambia canzoni sull' iPod per non ricominciare a piangere e di nuovo a fissare il nulla.

Il giorno in cui Giada conobbe l' amore il sole splendeva sui banchi di scuola, portati all' aperto per una lezione di disegno dal vero. I suoi ricordi hanno il profumo dei fiori di ciliegio e di dopobarba adidas. Lui è un bellezza da osservare, di quelle che a prima vista neanche noti, ma col tempo non puoi fare a meno di fissare come contrasti bene il nero della sua barba incolta  con gli occhi color ghiaccio. Era una primavera imprecisata tra il vuoto lasciato dalle torri gemelle e l' Italia campione del mondo, il professore spiegava come disegnare un albero con fiori e le loro mani si sfioravano appena.
" Mio padre ha trovato lavoro in un' altra città.. dobbiamo trasferirci al nord prima che inizi l' estate" avrebbe detto lui due mesi dopo quella giornata, tra un tiro di sigaretta e l'altro
"...ricorderò per sempre il tuo profumo e il sapore dei dolci che prepara tua madre.." avrebbe risposto lei singhiozzando di nascosto da sotto le sue braccia.

Un battito di sopracciglia e un lacrima bagna le poche righe scritte sul foglio. Quando riporti i tuoi ricordi su carta è come se facessi spazio nel tuo cuore. Credeva particolarmente in questa frase, ogni volta si ritrovava a scrivere i suoi dispiaceri, le sue angosce e le sue paure, con la speranza di far spazio ad un futuro migliore, di quelli che talvolta si aspettano per una vita intera. Rilegge i fogli già scritti, intrisi di inchiosto e lacrime, rilegge i suoi vecchi problemi e ride di se stessa, di come era così immatura e di come adesso fosse cambiata. Perchè è questa l' illusione dei suoi diciassette anni. Si accarezza i capelli con mani sudate, la ricrescita inizia ad essere evidente, e il bianco della base la risveglia da quell' illusione di giovinezza. Quei giorni che ha perduto a rincorrere il vento, a chiedere un bacio e volerne altri cento. La luce nella stanza perde brillantezza assieme ai suoi occhi, che si ricoprono di una sottile patina opaca all' altezza dell' iride. Le rughe sulle mani tornano evidenti, come quelle del viso. In un sospiro che sembra lungo cent' anni ha rivissuto i suoi anni d' oro, vissuti proprio come avrebbe voluto: bruciando con una luce immensa, per non spegnersi lentamente.
30 novembre

Killer

Mi hanno insegnato a lavorare in maniera metodica, fin da quando ho aperto i miei occhi sul mondo. Ho imparato a svolgere delle azioni sequenziali distinte, definite, senza possibilità di errore o di minima sbavatura. Inquadratura, messa a fuoco, calcolo dell' esposizione, scatto. Quattro semplici operazioni sequenziali, che  racchiudono l' essenza di un arte. Mi hanno insegnato a osservare il mondo, a notarne i minimi particolari, le zone di luce, quelle d' ombra, le figure statiche e quelle dinamiche. Ho imparato a distinguere il bianco dal nero in ogni tonalità di grigio, riesco a leggere ogni sfumatura cromatica in toni di grigio. Sono stato convocato
per immortalare i momenti più importanti nella storia, sapevo trasmettere emozioni attraverso un' immagine come nessun altro al mondo. Inquadratura, messa a fuoco, calcolo dell' esposizione, scatto. La mia vita era ridotta a queste quattro operazioni fondamentali, perchè quando si è fotografi lo si è anche nella vita. Inizi a osservare la realtà da un occhio diverso, spostando i piani di fuoco per dare più o meno importanza alle cose. Tutte le persone che hanno osservato le mie immagini almeno una volta, sono state prodighe di complimenti, nelle numerose mostre che ho allestito c' era un silenzio assordante: ogni persona si immedesimava nello
scatto che stava osservando con tutta se stessa, talvota fino al perdersi al suo interno. "Riesci a narrare un' intera esistenza in una sola immagine", "complimenti, non ho mai visto foto come queste", "hai una tecnica splendida"; questi erano i commenti che di solito mi lasciavano le persone, queste parole ormai fluivano sul mio corpo senza intoppi, non riuscivano più a suscitarmi nessun sentimento. Gratitudine, simpatia e cortesia si erano tramutati in noia, ogni persona con la quale mi relazionavo diventava improvvisamente muta: osservavo il moversi sinuoso delle sue labbra, abbinato ai movimenti lenti o frenetici dello sguardo. Non avevo più bisogno di ascoltare nessun suono, per me il mondo divenne una serie di immagini in successione. Vuoi davvero lasciare ai tuoi occhi solo i sogni che non fanno svegliare? Si vostro onore, ma li voglio più grandi. Due colpi di pistola esaudirono il mio sogno, uno per orecchio. Precludendomi il mondo dei suoni, la mia vista sarebbe stata ancora più acuta. Non ci volle molto per ottenere i risultati sperati, le mie immagini divennero sempre più piene di vita, talvota più vive della realtà che avevo per soggetto. Si sa, nel mondo moderno prima o poi tutti gli uomini di grande abilità devono fare i conti con i potenti. L' incontro avvenne in un pomeriggio di autunno, al tramonto su un lago di foglie ingiallite, era il primo pomeriggio di un qualsiasi giorno di ottobre, e stavo ricevendo il mio primo incarico da assassino. Sono convinti che
il mio modo di lavorare e di vedere le cose sia sprecato per delle semplici fotografie, essendo sordo non avrei avuto distrazioni uditive e avrei focalizzato tutta la mia attenzione sul bersaglio. Avevo in me il dono del cecchino e avevo perso troppo tempo in futili interessi.
Il mio jackpot non aveva un nome, ne una famiglia o un lavoro, almeno non lo aveva ai miei occhi. Era un punto in movimento frenetico su una superfice piana, immerso in una serie infinita di altri punti in spostamento indipendente. Inquadratura. La zona d'azione è vasta, la sala grande della borsa è un ambiente che offre infinite possibilità di nascondersi, devo ricercare dei percorsi obbligati nei quali potrebbe muoversi. Messa a fuoco. Ecco il mio bersaglio, è più statico di quando pensassi, sembra quasi un centro gravitazionale per i punti circostanti in movimento. Calcolo dell' esposizione. I suoi spostamenti lenti mi permettono di avere più
tempo per inquadrarlo, devo essere rapido ma non troppo, o rischio di anticipare le sue mosse, la luce è ottima è impossibile fare calcoli errati. Scatto.
16 novembre

Kicker

Quando ero piccolo, mio padre mi raccontava la sua storia. Spesso ci sedevamo sul divano di fronte al camino, illuminato dalla sola luce del fuoco il suo volto si rilassava, e la macchina dei ricordi ricominciava a girare. Era bambino, correva un qualsiasi anno tra i dischi "Abbey Road" e "The Dark Side Of The Moon", e mentre il mondo intero si gongolava nel guardare uomini camminare sulla luna, lui passava le sue giornate in un campetto di periferia assieme ad alcuni amici, tra cui, il più importante, un vecchio pallone di cuoio. Il suo mondo non era un geoide, non era così grande da perdersi sulla sua superfice, il suo mondo era in una sfera gonfia di sogni ed emozioni, rivestita in cuoio e adrenalina.
L' odore del legno che brucia lo porta a fare salti veloci negli anni della sua giovinezza, non rispetta ordini cronologici, è solo il flusso continuo dei suoi ricordi che, col passare degli tempo, ha assunto quella conformazione.
"Non si diventa portieri per caso" dice "è una scelta di vita". Nel parlare si accarezza le mani piene di calli, ha delle lunghe dita storte, come forbici di un contadino, ma la loro stretta è ancora solida come non mai.
"Gli altri corrono come degli idioti dietro un pallone. Corrono, si picchiano, si insultano e continuano a correre. Tutti in fila dietro una sfera che rotola, finchè un avversario non ti fa mangiare la polvere".
Lui è diverso, ha deciso da subito che fossero gli altri a correre verso di lui, il fulcro del gioco, l' ultimo dei vincitori e il primo dei perdenti.
"Quando si è bambini e si gioca in porta, l' esito delle nostre relazioni con i coetanei sta tutto in quella sfera scagliata a velocità folle verso di te. Un mondo che corre e ruota su se stesso, che ha paura di una sola cosa: delle tue mani. Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Tu sei la reazione uguale e contraria, capace di bloccare quella sfera in una stasi tra i tuoi guanti".
Mi racconta di quando era alle medie, neanche a dirlo, i ricordi più intensi di quel periodo sono legati ad un campo di calcio.
"Mi rivedo nelle giornate di pioggia, quando il campo era ricoperto da un' unica fanghiglia, dove era difficile solo stare in piedi. Quando ogni volo che spiccavo verso il cielo finiva sempre troppo presto; e mentre la rete si gonfiava tra le urla degli spettatori dietro di me, il fango ricopriva di vergogna il mio volto, un marchio di vergogna indelebile, che una doccia di fine partita difficilmente lava via"
A questo punto la voce iniziava a farsi pesante, gli occhi gonfi e iniziava a battersi le gambe con i palmi delle mani.
"Mi ricordo le mie gambe sempre sporche di sangue, i fianchi coperti di lividi, e i guanti che rubavo a tuo nonno, di tre taglie più grandi, per proteggere le mie piccole dita da quei proiettili di cuoio. Quei guanti avevano l' odore della vittoria e della sconfitta, hanno racchiuso per tanti anni tutte le mie emozioni del rettangolo di gioco. Mi hanno accompagnato assieme alle cicartici, alle fratture e agli ematomi. Essere un portiere ti segna tanto nell' anima, quanto nel corpo"
Questa è la parte che ricorda con più dolore, dolore reale, fisico, come una ferita ancora aperta.
"La prima cosa che vedevo quando alzavo gli occhi dal suolo dopo un goal subito, era lo sguardo dei miei compagni di squadra. Occhi carichi di rabbia e di odio, che sfogavano l' ira delle loro gambe sul mio stomaco dopo ogni partita, un calcio a testa per ogni gol subito. Calci nello stomaco, di quelli che ti fanno inginocchiare ai piedi di chi ti sta colpendo".
Si accende una sigaro, uno di quelli particolarmente puzzolenti, dice che più puzzano e più sono di qualità.
"Papà.. ma se costa così tanti sacrifici, se i tuoi compagni non ti accettano, se fa così male fisicamente.. perchè hai continuato a giocare in porta?"
Azzardo una domanda, senza mai staccare lo sguardo dai suoi occhi.
"La vita reale si scontra inevitabilmente con la vita dei tuoi sogni, dove sei tu, solo, a difendere il tuo pezzo di terra di quattordici metri quadrati dall' attacco del nemico. Offri il tuo corpo contro quei colpi scagliati a velocità folle, riesci ad ascoltare distintamente il piede dell' attaccante che impatta la palla, il sibilo nell' aria verso di te, e l' impatto contro il tuo corpo. Hai la terra fin dentro le ossa, ma continui, imperterrito a volare ai margini del tuo regno, come il migliore dei re, per non lasciare scoperto nessuno spazio, perchè ogni centimetro alle tue spalle è come un figlio, ami ognuno di loro indistintamente. E quando la partita finisce, ti volti e vedi la rete ancora bianca, sai che hai fatto il tuo dovere. Resti solo un attimo a complimentarti con te stesso abbozzando un sorriso, e poi corri nello spogliatoio, sotto la doccia, a festeggiare assieme ai tuoi compagni il capocannoniere della serata"
 
18 settembre

Il Tagliacorpi

Desiderava un figlio eccezionale. Si accarezzava il pancione pensando al futuro del bambino, immaginandolo nelle varie tappe della sua vita: a partire dal battesimo fino alla fine dei suoi giorni di madre. Desiderava un figlio eccezionale che amasse lo studio, che fosse diligente e tranquillo. Un figlio che diventasse maturo il più presto possibile, per il suo bene. E' così che nacque Samuel, figlio di madre desiderio e padre provetta, con un parto naturale, la perfetta normalità nella nascita di un essere speciale. Sonia fu un ottima madre: cibi sani, poca televisione, chiesa ogni domenica. Fin da bambino cercò di garantirgli un esistenza senza il minimo pericolo di scelte sbagliate. Lo iscrisse alla scuola elementare un anno prima rispetto agli altri, doveva frequentare la "primina" per non perdere tempo, e staccare di misura tutti i suoi compagni. Nell' ultimo giorno di scuole elementari del figlio, Sonia decise che egli sarebbe diventato un ottimo avvocato, proprio quello che mancava in famiglia.
Come si sa però, l' imprevisto è dietro l' angolo, e anche la madre più preventiva e premurosa della terra può lasciarsi sfuggire qualche dettaglio. Era stata una questione di attimi, lei era sulle scalinate a parlare con un' amica e stringeva la mano del piccolo Samuel nella sua, non si era accorta dell' arrivo del clown davanti a loro. "Signora le dispiace se scelgo suo figlio come aiutante per il mio prossimo numero?" chiese una voce squillante, sotto quell' enorme naso rosso. Sonia rimase sorpresa dalla richiesta, non ebbe il tempo di rendersi conto dell' accaduto che già era sotto un cono di luce con le telecamere puntate addosso. Non si accorse di aver lasciato per un attimo la presa, e il piccolo Samuel sgambettava sorrdidendo verso il centro dell' arena, seguendo quegli enormi pantaloni a palline. Vedendo suo figlio così felice, anche lei iniziò a ridere e a battere le mani, in attesa del numero del pagliaccio, gridando verso il pubblico che quel bambino era suo figlio, il bimbo  eccezionale. E fu così che il pagliaccio lo presentò, Samuel il bimbo eccezionale. Lo fece accomodare sdraiato in un enorme cassa, facendo spuntare solo testa e piedi agli antipodi, fu in quel momento che l' aiutante del clown, lo presentò al pubblico: Eric il Tagliacorpi. L' espressione sul volto di Sonia cambiò drasticamente in quella frazione di secondo, e in preda al suo istinto materno si scagliò velocemente verso l' arena, ma, a metà scalinata venne fermata da un inserviente del circo che la invitò a sedersi, spiegandole che quel numero era assolutamente innocuo. Vista la stazza di quell' energumeno e l' occhiolino complice che le fece Eric dall' arena, Sonia tornò al suo posto senza fare storie, conservando ugualmente uno stato di agitazione per il piccolo. E' una frazione di secondo, otto lame trafiggono la cassa ai fianchi, e un enorme gigliottina cade dall' alto, tagliando a metà la cassa che conteneva il povero Samuel. Prima cadde un gelato, poi un bambino iniziò ad urlare e a battere le mani, infine scoppiò l' applauso a scena aperta: il numero era riuscito alla perfezione. Samuel sorrideva nella sua mezza cassa, mentre i piedi nell' altra metà sgambettavano felici, nonostante le numerose lame ancora conficcate nella cassa. Sonia riaprì gli occhi solo a numero terminato, e iniziò a piangere di gioia quando vede il figlio sano e salvo accompagnato verso di lei da Eric il clown "Tagliacorpi". Il resto dello show entusiasmò Samuel come nientaltro lo aveva mai coinvolto fino a quel momento, e fu così che in macchina, sulla strada del ritorno, in un momento di pausa tra una traccia e l' altra del cd nello stereo si girò verso la madre e disse: "Mamma da grande voglio diventare un Tagliacorpi". La prima reazione si Sonia fu una risata spontanea, assecondò il figlio, e gli propose di riparlarne a casa il giorno successivo.
La mattina successiva Samuel entrò nella stanza della madre cantando ad alta voce la musica del circo, indossando sul naso una spugna da bagno della madre, rossa.
"Mamma, mamma! Voglio diventare un clown! sarò il più grande Tagliacorpi del mondo!"
"Tesoro ne abbiamo già parlato ieri sera, quando sarai grande vedremo, ora torna a dormire.."
"Mamma ma io sono già grande! L' anno prossimo andrò alle medie!"
"No, sarai grande quando avrai altre cose a cui pensare per la testa, e non avrai più tempo di pensare al circo!"
"Ma io voglio diventare un Tagliacorpiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!!!!!! Lo voglioooooo!!! LO VOGLIOOOOOOO!!!!"
"Va bene, ma prima devi finire le scuole medie e le superiori! Per fare il Tagliacorpi bisogna essere molto istruito!"
Sonia si illudeva di riuscire a guadagnare un pò di tempo grazie a quella bugia, d' altronde quale genitore non racconta piccole bugie ai pripri figli per il loro bene?
Col passare del tempo e degli anni però la passione di Samuel per i Tagliacorpi non diminuiva; prima alle scuole medie e poi alle superiori, lei vide suo figlio crescere, fare le proprie scelte e le proprie esperienze, e per quanto si sforzasse di "controllare" il suo avvenire, non poteva sorvegliarlo ventiquattro ore al giorno. Proprio nelle ore fuori di casa il piccolo Samuel cresceva, e diventava troppo grande per essere contenuto nella campana di vetro che la madre aveva preparato per lui. Iniziò a fare le prime amicizie, poi vennero i primi amori e le prime delusioni; però a casa si sforzava di rimanere sempre lo stesso Samuel che sua madre si augurava: il figlio eccezionale. Non aveva problemi a scuola, e controllava al meglio le sue amicizie. Era un ragazzo diligente, e non si sarebbe mai fatto coinvolgere in qualcosa che la madre avrebbe reputato sbagliato. Violava solo in un caso le sue raccomandazioni: continuava ad andare di nascosto al circo a vedere Eric il Tagliacorpi. Da quel giorno di fine elementari era nato il suo grande amore per il circo e per l' illusionismo, niente gli avrebbe fatto cambiare idea, nemmeno sua madre.
Gli anni passarono in fretta, e allo spuntare dei primi peli di barba Samuel ritirava il suo diploma di liceale, mostrandolo con un timido brufoloso sorriso alla madre entusiasta. "Mamma. Ormai sono un uomo. Finalmente la scuola è finita e ho una buona notizia per te! Da domani inizio a fare da apprendista ad Eric!". La madre nel corso degli anni aveva dimenticato quel clown, e un pò per la solitudine, un pò per l' età che avanzava, iniziò a perdere colpi. "Certo figliolo! ma prima di iniziare a fare pratica devi laurearti! Hehehe.. sei così tanto impaziente di diventare avvocato?". Al termine di quella frase lo sguardo di Samuel cambiò, qualcosa era scattato nella sua mente. Non era più un bambino, ormai aveva una sua visione del mondo, e come ogni ragazzo della sua età, era sicuro che fosse quella giusta. si rese conto che in realtà sua madre non era mai stata intenzionata a lasciargli intraprendere la sua strada, che dal momento della sua nascita era predestinato a diventare un figlio eccezionale, che lo volesse o no. Ora davanti a lui c' era sua madre, con lo sguardo che possiede solo chi guarda l' oggetto della propria venerazione. Fu in quel momento che Samuel abbandonò per sempre la sua campana di vetro, accecando però gli occhi di sua madre, per non deluderla. "Si mamma, andrò all' università fuori città a studiare giurisprudenza, e il mio amico Eric mi darà una mano con lo studio! Devi solo stare tranquilla, mi farò sentire quando posso, tornerò a casa per le feste e staremo di nuovo insieme!". Quando chiuse la porta era già in lacrime, non voleva che la madre lo vedesse piangere, lui non piangeva mai. Però aveva preso una decisione, e non sarebbe tornato indietro per nulla al mondo. Arrivato al circo spiegò rapidamente a Eric l' accaduto, senza accennare però alla divergenza d' opinioni con la madre, e iniziò subito il suo addestramento da Tagliacorpi. Quel numero di illusionismo, per avere quell' effetto sul pubblico, era curato nei minimi dettagli. Ogni gesto aveva una sua motivazione, ed era eseguito con una precisione maniacale. Non utilizzavano spade finte, nè casse con doppi fondi, solo illusioni ottiche e tanta precisione. I primi tempi Samuel "uccise" molti manichini, ma col tempo migliorò, fino a raggiungere (e superare) il livello di bravura di Eric.
Ormai aveva una barba folta sul volto, aveva trovato una compagna e l' esperienza circense aveva cambiato molto la sua personalità. Erano cinque anni che non tornava a casa, per restare vicino alla troupe di Eric. Lo aveva seguito in tournee per il mondo. Disse a sua madre che era in viaggio con una borsa di studio. Il suo paese non era affatto cambiato, però era diverso il modo in cui la gente lo guardava. Ormai era Samuel il figlio di Sonia. Il figlio eccezionale che era diventato uno degli avvocati più bravi del mondo. Sua madre ormai iniziava a dare segni di cedimento mentale per colpa della solitudine; aveva creato negli ultimi tre anni un'
immagine del figlio molto lontana dalla realtà, non per vanità, per lei Samuel non era mai uscito da quella campana di vetro, e aveva concluso a pieni voti il suo corso di studi, diventando un' avvocato eccezionale, appunto. Samuel era però ansioso di dimostrare la sua bravura alla madre, e ormai sapeva che era tardi per continuare a fingere. Decise di festeggiare il suo ritorno a casa portandola al circo, dopo così tanti anni, lì si sarebbe rivelato, a sopresa, il nuovo Tagliacorpi. Prese posto nella stessa fila dove si sedette da bambino, guardando tutto lo spettacolo con gli stessi occhi di quando era piccolo, voltandosi ogni tanto verso la madre mentre le stringeva forte la mano. Quando venne il momento del suo numero, entrò nell' arena un clown un pò attempato ma ancora arzillo. Aveva dei pantaloni a pallini enormi, e portava un enorme naso rosso, un pò consumato dal tempo. Si avvicinò alla madre di Samuel con calma, senza mai far scomparire il sorriso dal volto, e rivelgendosi alla signora chiese: "E' bella ancora come vent' anni fa, le dispiace se richiamo suo figlio a farmi da aiutante?". Sonia ebbe un' illuminazione, rivide nella sua mente quella scena accaduta anni e anni prima, e ricordò finalmente quel nome: Eric. "No!!! non ti darò di nuovo il mio bambino!!!!! tu vuoi fargli del male!! No! No!!!!!". Non si accorse, tra le grida isteriche, di avere entrambe le mani libere: Samuel era già al centro dell' arena, con lo stesso sguardo sognante di vent' anni prima, ma ora il suo volto era coperto di bianco, e il suo sorriso era rosso come non lo era mai stato. Questa volta non venne fermata sulle scalinate, nessuno cercò di trattenerla al suo posto o di rassicurarla. Iniziò a correre rapidamente verso l' arena con gli occhi gonfi di lacrime isteriche, ormai l' illusione di avere un figlio eccezionale era crollata, il suo Samuel era diventato un uomo come tutti gli altri, un clown. Fu proprio lui a farla inciampare e cadere nell' enorme cassa che aveva accolto il suo corpicino vent' anni prima. Posiziona con cura tutte le nove lame al loro posto, si volta verso il suo maestro e gli fa un' occhiolino. "Signori e signori, ecco a voi l' eccezionale Samuel, il Tagliacorpi!"
14 settembre

Neve

Iris conosceva bene quei rumori: urla, porte che sbattono, bicchieri rotti, altre urla. Era come uno spettacolo teatrale che si replicava ogni notte per una sola spettatrice: lei. La casa era molto grande per una famiglia di sole tre persone, e il vuoto lasciato dalla mancanza d' affetto amplificava l' eco delle urla e rendeva le pareti più sottili. Ogni notte stesso copione e stessi personaggi, ci si sedeva a tavola e su il sipario. Lei sedeva nel mezzo, come uno spartiacque tra una forza inarrestabile e una massa inamovibile. Faceva attenzione ad ogni piccolo gesto: ogni sguardo e ogni semplice movimento era frutto di una concentrazione estrema, tutto doveva essere perfetto, non doveva essere motivo di rimprovero. In genere la forza inarrestabile prendeva velocità strada facendo, come un sasso che diventa valanga mentre rotola a valle; iniziava a muoversi quando scattava la serratura della porta, e, quando si levava le scarpe in salotto iniziava la reazione a catena. La massa inamovibile si preparava all' impatto ore ed ore prima. Anche lei come la figlia studiava ogni piccolo movimento, riproponeva una coreografia così perfetta da rivelare tutto l' amore da parte di chi l' aveva creata. Non c' era nulla fuori posto, nessun oggetto lasciato al caso, e tutto era predisposto al contenimento dell' impatto.
Quella sera a tavola qualcosa andò storto. Come ogni sera da 8 anni a quella parte d' altronde. Non ricordo bene cosa accadde di preciso, forse il volume del televisore troppo alto, o forse un vicino troppo rumoroso. Adesso non ha più importanza. Prima la forchetta cade in terra, come fosse il "gong" d' inizio dello scontro. Segue lo sguardo alzarsi dal piatto, con la bocca ancora impegnata a masticare in maniera molto rumorosa.
"Dove sei stata oggi?", domandò l' uomo sulla sinistra tra un boccone e l' altro.
"A casa, come al solito. Ho pulito per l' ennesima volta tutta casa, rispolverato le tue cose, e passato la cera per terra. Come sempre." rispose la donna di fronte a lui senza neanche alzare lo sguardo dal piatto.
E' un attimo e il coltello si conficca con forza nel legno del tavolo. Una punta, scheggiandosi, colpisce il volto della bambina.
"Tesoro, va a sciacquarti prima che faccia infezione" la donna ha un volto sorridente, non c' è un minimo di preoccupazione per le condizioni della figlia nei suoi occhi. Ha una voce dolce, con sfumature tremanti, forse vuole solo allontanarela da quella scena prima che inizi il secondo atto.
Quando la bambina si allontana lei è consapevole che sta per arrivare il peggio. Giù il sipario.
Un sorriso sul volto della bestia, si lecca i resti di cibo sulla barba incolta, e ansima, emanando odore di alcool ad ogni respiro. Lei continua a non guardarlo, trema e inizia a sudare. I rigoli di sudore fanno colare il fondotinta dal volto e lasciano trasparire le bruciature sulle guance e le cicatrici sulla fronte. Siamo pronti per il secondo atto, si riapre il sipario.
Iris è lontana ora e non può vedere cosa sta succedendo, ma le mura sono troppo sottili e la casa è troppo vuota per contenere quei rumori. Seduta sulla tavoletta del water mi osserva e sorride, credo sia contenta della mia presenza, almeno lei, l' unica per la quale vale la pena vivere in questa casa. Mi accarezza con la mano ancora un pò sporca di sangue, sta tremando. Cerca di tranquillizzarmi, forse per tranquillizzare se stessa, e intanto mi gratta il pelo sul muso all' attaccatura dei baffi. Io sono la sua migliore amica, lei è la mia ragione d' esistere, se non fosse per lei io non sarei qui. Ha deciso che io fossi nera, come il colore dei capelli di sua padre, e che avessi gli occhi azzurri proprio come lui. Mi ha chiamata "Neve", perchè sono entrata nella sua vita in una notte d' inverno piena di neve, la notte in cui suo padre non tornò più a casa.
11 settembre

Whispers

Vorrei spiegarvi il mondo, e forse ne sono capace.
Per capire come un sistema funzioni bisogna entrare nel cuore del sistema stesso, ed io l' ho fatto.
Ho studiato voi, e tutto ciò che vi circonda. Curiosi esseri bipedi dalla perfetta simmetria, vi ho studiati dal primo vagito al ritmo sincopato del vostro ultimo respiro. Ho visto le vostre lacrime di gioia e le lacrime di dolore, cristallizzarsi sui vostri volti a lasciare segni profondi e invisibili. Vi ho visti sudare per piacere e per paura, aggrapparvi alle lenzuola in cerca di un orgasmo, o si un altro battito cardiaco. Ci sono interi mondi celati nelle vostre teste, osservabili solo attraverso gli oblò che voi chiamate "occhi"; senza cadere nell' inganno dei sensi, ho conosciuto ogni intima emozione. Ho visitato ogni vostro artefatto, in ordine di grandezza e grandiosità, città nate dal fango arrivare alle nuvole, e uomini che volevano oltrepassare le nuvole, affogare nel fango. Ho visto i pilastri di New York, gli alligatori albini e ho stretto la mano a uomini con uncini attaccati ai polsi. Ho imparato che il viandante è triste, quando osserva il mondo dall' alto, su un mare di nebbia. Ho conosciuto molte persone nel corso dei miei viaggi: qualche individuo, pochi uomini, e forse un paio di amici. Ho lasciato che gli occhi mi narrassero il mondo, e che le orecchie ritagliassero una colonna sonora immersa tra i rumori di fondo che ho ascoltato. Ho ascoltato le vostre voci, si, le ho ascoltate tutte, una per una, con queste orecchie. Voci di giovani e vecchi, adulti e bambini, bambini troppo adulti e adulti ancora bambini. Le vostre parole hanno risvegliato i miei sensi: ogni lingua che ho sentito sussurare e gridare mi ha trasportato in un mondo invisibile agli occhi, dove ogni cosa è in armonia sotto il sole, e non esistono eclissi. Durante i miei viaggi ho visto ho conosciuto le madri di tutto il globo, portavano sul volto i segni del tempo, e nello sguardo l' amore per i loro bambini. Ho guardato le loro mani, da quelle del contadino a quelle del nobile, e con mia sorpesa ho scoperto quest' ultime coperte del sangue delle prime.
Non ho avuto paura del futuro, ma del tremore della mano della mia guida.
Ho realizzato il film di una vita, facendo un collage dei ricordi dei miei interlocutori.
I bambini mi hanno insegnato a stare con il naso all' insù, a guardare il cielo senza pensare al dito che lo sta indicando. Ho conosciuto le farfalle. Mi hanno descritto un tramonto nei minimi particolari, e solo una persona mi ha chiesto di osservarlo con lei. Ho conosciuto il sapore di un bacio diverso dalla cioccolata, e ho imparato ad accarezzare le labbra con la lingua, come fosse seta tra le dita. Ho sentito battere un cuore sotto la pancia di una donna. Ho imparato che le favole esistono perchè siamo ancora capaci di concepirle.
Ho deciso di raccontare il mio viaggio, per non dimenticare quello che è stato: vi lascio guardare nel mio pentaprisma e lascio il mio iPod in riproduzione casuale.
Vorrei davvero spiegare questo mondo, e forse ne sono davvero capace, ma adesso preferisco il letargo.
12 agosto

Autoconvincimento

Io ti conosco. Sei uno di quelli che si alza la mattina già stanco, che non riesce a dormire più di otto ore a notte solo perchè nelle restanti sedici non fa nulla. Sei uno di quelli che vivono alla giornata, lasciandola scorrere lenta, guardando le lancette dei secondi che doppiano per sessanta volte l' ora quella dei minuti. Ti svegli la mattina con il sole già alto, esci dalla tua stanza e la casa è vuota. Nel silenzio la prima cosa che senti è lo strusciare delle ciabatte sul pavimento, un metronomo che scandisce il tuo cammino verso il gabinetto. Vivi con tua madre perchè hai paura del mondo troppo cattivo. Nel tuo ciondolare per casa calcoli tutte le infinite variabili delle possibili scelte della tua vita, optando infine per una stasi che non comporta rischi e fatica. Ti piace leggere. Fumetti, non libri. Troppa fatica visualizzare nella tua testa le immagini dietro quelle parole. Fin da piccolo di hanno fatto credere di essere il migliore, per diritto di nascita. La tua famiglia è fiera di te, i tuoi amici idem. Ti dicono che sei bravo. Ti convinci di saper suonare come una rock star, di rubare l' anima delle persone che fotografi e di scrivere come un Dio. Non hai più il coraggio di guardarti allo specchio per lo schifo che provi per la tua immagine, il fancazzismo in terra, ma sei troppo depresso per fare qualcosa. Bevi perchè hai vergogna di bere. Troppo facile, troppo scontato. Non hai una ragazza, hai paura di qualsiasi contatto sociale con l' altro sesso che vada oltre lo scambio di frasi di senso compiuto, ti rifugi in fantomatiche relazioni "virtuali" per sfuggire alle responsabilità delle relazioni interpersonali. Sei capace di passare ore ed ore senza fare un cazzo, e, paradossalmente, ti autoconvinci di aver fatto qualcosa di costruttivo. Credi che tutto il mondo sia così com' è solo perchè la tua testa è stata in grado di concepirlo, catalogarlo e dargli un ordine. Hai ferito molte persone. Hai paura di star male per qualcuno o per qualcosa, quindi fai del male a tua volta per proteggerti. Chi picchia per primo picchia due volte. Tua madre e tuo padre lavorano tutto il giorno, ti danno una casa, del cibo e dei vestiti. Credono che passi il tuo tempo sui libri di scuola, tra equazioni e frasi di latino. Loro tornano a casa e tu sei lì, sulla porta ad aspettarli, come un cagnolino fedele al ritorno del padrone, con pochi libri aperti sul tavolo a testimonianza di una giornata passata a studiare. Odi te stesso, ma non puoi fare a meno di essere così, è troppo comodo vivere da parassita per cambiare. Non mi fai pena. Non ho mai provato pena per te. Ti sputerei in faccia se solo ne avessi la possibilità. Sul tuo volto si succedono espressioni sorridenti e malinconiche, a fingere una condizione di malessere che non hai mai conosciuto. Tutto ciò che hai detto, scritto, o solo pensato era generato da empatia. Hai sempre avuto bisogno di dire la tua su tutto, volevi sempre dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Lo gnavo, per definizione. Hai vissuto una vita inutile. Tiravi avanti solo per te stesso, per l' istinto di sopravvivenza. Osservavi il mondo da un monitor o da un pentaprisma, con la costante paura di essere notato dagli altri, come un guardone.
Ora non c' è nessuno a piangere per te, non c' è nessuno che ricorda il tuo volto e le tue abitudini con malinconia. I tuoi genitori hanno già affittato la tua stanza.
17 luglio

Shades of black

Da bambino adoravo giocare con la mia ombra. Lei era la mia migliore amica, la migliore vi dico. Era sempre li a darmi il buongiorno la mattina e la buonanotte la sera: eravamo inseparabili. Accompagnava ogni mio passo guardandomi le spalle, e quando si avvicinavano le tenebre lei mi tranquillizzava e mi prometteva che sarebbe restata con me. Era la mia migliore amica. A lei sapevo di poter confidare tutto, dai capricci ai problemi, tanto sapevo che non li avrebbe mai detti a nessuno, piuttosto che tradirmi avrebbe fatto qualunque cosa. Aveva una voce bellissima, una voce leggera che solo io riuscivo ad ascoltare. La mamma e il papà spesso mi sgridavano per questo, credendo che parlassi da solo mi punivano, ma fortunatamente c' era sempre lei li a confortarmi. Verso la pubertà le cose iniziarono a cambiare, d'altronde quello è il perido in cui si ha dubbi su tutto e tutti, soprattutto su se stessi. Lei è l' unica che non mi abbia mai abbandonato, anzi, mi è stata più vicina che mai, soprattutto quando la mamma e il papà mi lasciarono dai nonni senza fare più ritorno. Credo che in quel periodo mi innamorai della mia ombra, ormai la sua presenza era talmente parte integrante della mia vita che non potevo farne più a meno. Intanto gli anni passavano, e io non riuscii mai a dichiararle apertamente il mio amore, mi limitavo a stare seduto accanto a lei sul pavimento e a tenerle la mano, sentivo che questo mi sarebbe bastato. Un giorno mentre tornavo dall' università passeggiavo con lei in silenzio, ero un pò imbarazzato perchè in quel periodo non riuscivamo a parlare molto per i miei impegni con lo studio e con il lavoro part time, quindi, quando capitava, parlavamo quasi esclusivamente di cose futili, senza nessuna componente emozionale. Era una mattina di inizio estate, il sentiero alberato di vallegiulia di fronte villa borghese creava un filtro naturale alla luce, che ricreava un' atmosfera fuori dal tempo: non passava un' automobile, non c' era neanche un passante che non fosse in perfetto equilibrio con tutto l'ambiente circostante. Fu in quel momento che scivolai su dei giornali che coprivano un cumulo di foglie, cercando di ritrovare un equilibro peggiorai ulteriormente le cose e terminai la discesa della facoltà rotolando goffamente sull'asfalto. Quando riaprii gli occhi ero faccia a faccia con lei, le mie mani erano appoggiate alle sue e le stringevano con vigore. Non eravamo mai stati cosi vicini da quando mi resi conto di provare qualcosa per lei. In preda all' imbarazzo cercai un' improbabile slancio di gambe, che contribuì solo a rendermi più ridicolo. Non mi ero mai reso conto di quanto fosse bella: guardare la sua forma dalla distanza a cui ero abituato non mi aveva mai fatto percepire in pieno quanto fosse cosi straordinariamente bella. C' è un momento in perfetto equilibrio tra la realtà e la fantasia in cui si arriva a sperare con tutta la nostra volontà che il nostro sogno si avveri, e talvolta questo accade nel modo che meno ci si aspetta. E' così che la mia forma così solo vagamente somigliante alla sua riesce a staccarsi dall' asfalto, ad acquisire i colori e il calore di quell' ombra fatta di carne e respiri di cui solo io conoscevo la voce. Dalla diverse gradazioni di nero si distingue prima un volto, poi un busto ed infine gli arti, è il mio corpo che si adatta a sua somiglianza. Sento la mia forma espandersi e non essere solo una proiezione della sua perfezione. Anche lei è incredula, lo capisco dallo stupore sul suo volto, mi aiuta ad alzarmi, e per la prima volta posso guardarla negli occhi, in piedi. Ancora oggi mi fa un certo effetto voltarmi e guardare le mie impronte accanto alle sue.
04 luglio

Eclipse

Come ogni ragazza della sua età, anche Luna aveva un blog. Come loro, adorava scrivere della sua vita, scriveva dei momenti felici e dei momenti tristi, i suoi sfoghi e le sue paure. Quel blog era il suo compagno di viaggio da anni. Come ogni ragazza della sua età, anche luna amava uscire il sabato sera con le amiche, fare shopping, avere dei ragazzi e ascoltare musica. Luna odiava il suo nome. Lei, una persona cosi solare, era costretta a portarsi dietro la sua nemesi più grande: la Luna. Col tempo imparò a convivere con questo nome, iniziandolo ad apprezzare proprio in quelle notti in cui la Luna non c' è e si è in cerca di una luce rassicuratrice nel cielo. Come ogni ragazza della sua età, anche Luna si poneva degli interrogativi sulla sua vita, la sua paura di diventare adulta e il desiderio di non essere più bambina l'avevano prioiettata in quell' età di mezzo, in cui si ha l' impressione di avere il peso del mondo sulle proprie spalle. Scriveva anche questo sul suo blog. Era la sua personale finestra sul mondo. Esponeva i suoi pensieri in libertà, scriveva racconti, poesie, canzoni. La sua passione era inventare delle storie, creare delle situazioni fantastiche, nelle quali si proiettava assieme alle persone a cui voleva bene, dando ad oguno un nome particolare, creando degli alterego che rispecchiassero delle personalità che i loro "corrispondenti reali" tenevano nascoste. Questo era il suo dono e la sua maledizione. Riusciva a scavare nell' anima delle persone, arrivando a conoscere sfaccettature del loro carattere molto personali, anche solo con uno sguardo o con poche parole riusciva a catturare l'anima delle cose.
Luna adorava scrivere storie e ai suoi amici piaceva molto passare dal suo blog per leggerle e riconoscersi tra quelle pagine, scoprendo talvolta degli aspetti del loro carattere che non volevano conoscere, o, altre volte, si stupivano nel vedere rappresentate persone che loro stessi conoscevano, in maniera cosi diversa dalla realta. Adorava intrecciare vite reali con fatti immaginari, costruire una sua realtà parallela nella quale fosse l' unica a decidere gli avvenimenti. Come ogni ragazza della sua età, anche Luna era una stupida. Credeva di poter fuggire dalla realtà attraverso quella tastiera e quello schermo, e così in effetti le sembrava ogni notte, quando prendeva sonno e inventava nuove storie. Col tempo imparò a convivere con questo nome, iniziandolo ad apprezzare proprio in quelle notti in cui la Luna non c' è e si è in cerca di una luce rassicuratrice nel cielo. Iniziò ad apprezzare le luci artificiali al posto di quelle naturali, iniziò a conoscere sempre più albe e meno tramonti. Stava accadendo qualcosa in lei. Attorno ai suoi occhi del colore del cielo di giorno, stava comparendo un cerchio nero, con venature rosse a riempire l' umor vitreo. A scuola spesso il suo banco restava vuoto, giravano voci che fosse malata. Quella che era la sua finestra sul mondo divenne col tempo la sua cella, anche i colori su quelle pagine virtuali stavano cambiando: lo sfondo bianco venne invaso da fiori neri, e anche le sue storie iniziarono a risentirne. I suoi amici ora avevano paura di lei, quel gesto quotidiano di fuga della realtà su quelle pagine chiare, ora destava una morbosa curiosità, una dipendenza astratta, della quale preferivano non mostrare i segni nel "mondo reale", sarebbe stato da stupidi mostrare una dipendenza per delle cose così frivole come dei racconti.
Luna aveva dimenticato il calore del corpo di un ragazzo. Aveva dimenticato la sensazione di benessere nello stare in compagnia. Non ricordava più come si pronunciassero le parole "Ti amo" o "Ti voglio bene", per lei ora l' unica cosa che contasse davvero era la sua prigione. Mangiava le sue unghie fino a sanguinare, si grattava i capelli unti di sudore nel momento del risveglio, cercando di ricordare ciò che aveva appena sognato, cercando di produrre nuova droga per le menti dei suoi amici. Di loro ormai non ricordava più nulla, confondeva i ricordi con le favole, non ricordava i loro difetti, ma solo quei pregi che adorava raccontare in quelle pagine bianche. Non era più Luna.
Ora era il sole. Viveva in quei racconti la vita che aveva rifiutato, rinunciando totalmente ai contatti con l'esterno. Le sue storie a lungo andare divennero stantie, o totalmente prive di senso per i suoi lettori affezionati, terminando cosi il suo effetto ipnotico sulle loro menti. Sole non aveva più nessuno. Rimaneva adolescente nei suoi testi, mentre il suo fisico diventava donna, cercava in quel mondo virtuale nuovi idoli da seguire e nuove amicizie. Aveva smesso anche di parlare. I suoi genitori non c' erano più, ma lei non se ne rendeva conto. Non aveva più forze per alzarsi dal suo letto, non aveva più uno scopo per alzarsi dal suo letto.
Fu in una notte senza luna come tante altre, che il suo corpo si ribellò alla sua mente. Le sue gambe da tempo erano intorpidite in quella posizione e non opposero molta resistenza, contrariamente le mani si opposero con tutta la loro forza, si aggrapparono a qualsiasi appiglio per resistere a quell' impeto di violenza. Poi fu il vuoto. Il suo cuore decise che non valeva più la pena continuare a battere.
29 giugno

Bang

Non riuscirei mai a descrivere, in poche parole, le emozioni che provai.

Ancora oggi non riesco a scindere razionalmente, in porzioni di tempo, ciò che è accaduto.
 
Urla, spari. La luce dei lampioni nei miei occhi, poi il tuo volto che la copriva. Ancora oggi mi chiedo cosa sia accaduto esattamente in quei pochi minuti.
 
Mi guardavo spesso le mani, ero davvero nervosa. D'altronde per me era la prima volta e avevo paura di sbagliare. Avevo gli occhi pesanti, gonfi di lacrime e ansia; intanto sorridevo. Guardavo dal finestrino dell' auto tutta la scena. Non so cosa sia accaduto realmente, o cosa abbia visto la mia mente di diverso dai miei occhi.
Urla, spari. I miei sensi gridarono all' unisono dopo la detonazione.
Quando ho riaperto gli occhi, c' era il tuo volto sul finestrino ad accogliermi. Sangunavi dal labbro inferiore e la neve che si posava sul tuo volto assumeva un colorito rossastro, cristalli di sangue si formavano sulle tue mani. Tra il silenzio si fece spazio la tua voce.
"Va tutto bene. Va tutto bene, sta tranquilla".
Cercavi di coprirti il volto con una mano, forse non volevi che ti vedessi sanguinare. Una donna non deve vedere il sangue. Una bambina non deve sapere che il sangue può uscire dal nostro corpo e toglierci il respiro.
Il tuo viso in controluce continuava a cullarmi con lo sguardo, e il silenzio diventava prima rumore bianco, poi rumore di strada, infine rumore di una notte arrossata dal piombo.
"..Ho sbagliato qualcosa?".
Le parole escono timide e tremanti dalla mia bocca, nascoste dal vapore e da qualche lacrima di tensione.
"..Cosa ho fatto di sbagliato?".
Ripeto, stavolta con più convinzione e più sensi di colpa.
Il tuo sorriso, seppur affaticato e carico di dolore, non perde la capacità di calmarmi. So di non aver sbagliato nulla.
Le mie mani cedono.
Cade il cellulare, una voce distorta mi dice di attendere i soccorsi.
Cade la pistola.
 
17 giugno

Pair

Iniziare a scrivere qualcosa senza avere una storia in testa, o almeno una vaga idea di quest' ultima, è di per sè ridicolo. Se sommiamo a questa condizione di tabula rasa mentale il vago odore di chiuso che sta dilagando in questa stanza, posso davvero inziare a chiedermi se sto perdendo il mio tempo. L' unica luce presente nella stanza è quella emessa dal mio 20'' a tubo catodico (comprato d' occasione alcuni anni fa da un "amico" che dice di averlo "trovato" per strada..), tutto nella penombra acquisisce colorazioni bluastre e il riflesso sui miei occhiali copre per buona parte le occhiaie "da lavoro". Assieme all' odore di chiuso c' è un misto di odore di pizza e scarpe da ginnastica, che, a scapito di ogni aspettativa, sembra avere caratteristiche allucinogene. Il tuo corpo è più leggero del solito, quasi etereo oserei dire. Il fascino del tuo pigiama che cambia colore a seconda dell' immagine che c' è in televisione rende il mio viaggio psichedelico ancora più interessante. "Passami un' altra birra" "Credo siano finite.. due ore fa hai tracannato l'ultima mentre eri al bagno" "Ok passami quella che mi tieni nascosta" "Era quella che ti tenevo nascosta". Cazzo. Senza il mio Demonio non posso scrivere nulla. Ho bisogno di una ricarica.
Lei è la compagna di una vita. La classica amichetta dell' asilo figlia degli amici dei tuoi, che diventa la classica compagna di giochi, classica migliore amica e alla fine, dopo che entrambi si rendono conto che una persona cresciuta a tua immagine e somiglianza è la migliore che si possa avere al proprio fianco, diventa finalmente la tua compagna. Litighiamo spesso, ma non abbiamo alternative. Siamo una cosa sola, che a volte ha bisogno di scindersi ma non ne ha la possibilità, se non attraverso cicatrici permanenti.
Al market tutti fissano il mio pigiama come fosse qualcosa di illegale o assolutamente offensivo alla vista. Che si fottano. Prendo i miei Demoni come se non li bevessi da anni. "Desidera altro?" "Si, giusto un paio di cose come la telecinesi e il potere di riscaldare i metalli, cosi potrò arrostire quelli che mi stanno sul cazzo dopo avergli infilato un palo nel culo" "Come prego?" "Nulla. A posto cosi". Il mio mondo è in sessanta metri cubi. Ho sviluppato la mia vita in altezza da quando sono nato, ora mi basta una stanza piena di roba fino al soffitto per vivere in maniera decente. Tlack. Tesoro sono a casa.
 
Lei non ha mai saputo cosa Lui scrivesse sul Suo quaderno. Non aveva mai osato spiare gli appunti privati, figuriamoci i Suoi appunti privati. Il televisore restava acceso tutto il giorno e tutta la notte. Trasmetteva solo un canale pieno di immagini accompagnte da suoni non correlati alle situazioni rappresentate. Ha una sola finestra, solo aria, niente luce. Se non avesse bisogno di ossigeno per vivere farebbe a meno anche di quella. Ha lasciato aperto il Suo quaderno, credo sia uscito di fretta. Non ama restare senza Demoni per la casa. Non fuma, dice che annebbia la mente. Lui dice di aver bisogno di una percezione delle cose più ampia per il suo stile. Questo divano ha visto giorni migliori, non c' è bisogno della luce naturale per rendersene conto, è logoro e porta lo stampo di due corpi, del loro amore e del loro odio. La tentazione è troppo grande e le pagine sembrano moversi anche se in maniera impercettibile. Deve essere uno strano gioco di ombre. Lei è in piedi, il suo esile fisico non riesce a trattenere l' elastico lento del Suo pigiama, scivola via senza alcun rumore. Lo specchio riflette una figura diafana marcata dal tempo più del necessario. Forse i conti di quel camice bianco erano errati, o semplicemente era il suo corpo che iniziava a rassegnarsi.
Lei non si sarebbe mai permessa di rovistare tra le Sue cose, tra i Suoi libri e tra i Suoi appunti. Non si sarebbe mai permessa di pensare che Lui stesse perdendo il suo tempo. Ma Lui era in crisi da tanto tempo e Lei questo non poteva sopportarlo. Era il Suo dono e la Sua maledizione, attingere dal vero per creare il fantastico. Ma ora non aveva più stimoli. Il mondo in quella scatola nera era diventato troppo ripetitivo perfino ai Suoi occhi. Aveva bisogno di tastare con mano una nuova idea.
 
Un demone si infrange sul pavimento in mille cristalli che riflettono un volto intriso di voglia.
 
Sono gesti rapidi e imprecisi, mira più al piacere imediato che al duraturo. Non è un buon segno per me. Cerco di resistere alla sua presa ansimante e viscida, Lui stampa il mio volto nello specchio infrangendo l' ultimo vetro rimasto, mandando il mio sangue a ravvivare quello rappreso. So che è inutile urlare, Lui non può sentirmi. Sento il suo latrato sul mio collo e sulla mia schiena. Una pressione secca e i miei polsi si spezzano. Non devo svenire. Non devo svenire per il dolore. Ciò che resta del divano è il suo obiettivo. Lì vuole consumare i nostri ultimi istanti tra le macchie di cibo e sudore. Tra poco il mondo avrà la sua nuova storia.
06 maggio

Suspended animation

Nulla lasciava presagire ciò che stava per accadere: le automobili circolavano come ogni sera, il lettore mp3 passava "Nevermind" dei Nirvana nelle orecchie del ragazzo con lo skate e i gatti gironzolavano attorno alla pescheria all' angolo.

Tutto era nella norma, tutto era spaventosamente uguale in quell' attimo che per loro era diverso.

Le lenti degli occhiali che si appannano furono il primo segno di cedimento, poi toccò al respiro farsi più frequente mentre le ginocchia perdono la loro forza. Le mani delicate che mi accarezzavano alla nuca e il profumo del mio petto la riportarono a quel suo mondo di sogno, con un timido sorriso all' ombra del mio volto. I suoi occhi che lucidi riflettevano il mio sguardo imbarazzato, i suoi capelli cosi morbidi si modellavano tra le mie dita tremanti. Prestavo attenzione ad ogni suo respiro, ad ogni suo piccolo gesto che potesse indicarmi ciò che stesse provando.

Una lacrima mi bagna l' eye liner, crea un circuito nero tra le curve del volto, facendo a gara con le piccole gocce di sudore del mio imbarazzo. Arrivano i brividi lungo la schiena, non riresco a trattenere una risata. Ride anche lui, credo abbia percepito il mio imbarazzo. Non ricordavo cosi azzurri i suoi occhi.

Il primo impatto fu delicato, due cuscinetti morbidi che si sfiorano non creano alcun rumore, quando si allontanano è il vuoto, e rompe il silenzio con un singhiozzo. La barba incolta trattiene a stento il rossore dell' imbarazzo e la cipria ormai è del tutto inutile. In quell' interminabile istante c' è tutta la volonta di un contatto tra i due corpi, attrazione gravitazionale tra i fiati ansimanti e buio. Il secondo impatto avviene a luci spente. Come se fosse in un sogno, contatto puramente emozionale.

Quando la luce ritorna c' è solo la bellezza dell'amore che sboccia, tra un autobus che apre le sue porte su un qualsiasi ragazzo che fa cadere lo skate salendo gli scalini e un gatto che si lecca i baffi al sapore di tonno.

18 febbraio

Photograph

" ...C'erano degli uomini in giubbotto di pelle che prendevano misure, altri, con un pennellino tra le dita, spolveravano millimetri, c'era un medico di un pallore da moribondo, e c'era un prete in preghiera, che si stagliò subito, camice accecante, pianeta spiegata, stola sventolante, tra la sposa e quello che aveva deciso di vedere. Lei respinse il prete con meno riguardi di quelli usati con la guardia e si ritrovò sola, assolutamente sola questa volta, davanti a una forma distrutta. Era una cosa contorta, appresa. Il corpo mostrava le ossa. Non aveva più volto. Ma sembrava ancora gridare. La sposa contemplò a lungo quel che era venuta a vedere. Nessuno degli uomini presenti osava anche solo respirare. Poi, la sposa fece un gesto di cui tutti i presenti, dottore e prete compresi, dovettero cercare di capire il mistero fino alla fine dei loro giorni. Mise davanti all'occhio una piccola macchina fotografica nera, sorta non si sa come da tutto quel biancore, fissò ancora un istante il cadavere torturato, poi ci fu il crepitio di un flash, e un bagliore di eternità... "
 
Ci sono immagini, suoni e profumi che restano impressi nella memoria nel corso degli anni. A volte sono ricordi piacevoli, altre spiacevoli, comunque sono ricordi, che danno un senso a ciò che siamo e costituiscono la nostra storia. Lo scopo del fotografo è immortalare quei momenti. Non solo la luce che si riflette sui nostri corpi bui, ma anche i suoni e i profumi, richiamati alla nostra mente da quell' immagine muta e statica, che torna in vita nella nostra testa. Un' emozione si può trasmettere in tanti modi: la si può descrivere in poche righe o in molte pagine di manoscritti, la si può trasmettere attraverso un brano musicale, o attraverso un' immagine. Ognuno di questi metodi è altrettanto efficace e può ricostruire nitidamente in noi la "scena" che si vuole rievocare. Catturare in un fotogramma quell' emozione che è resa immortale finchè ci sarà qualcuno ad osservarlo. Ci sono autori che riescono a scattare perfette fotografie con parole, e ci sono fotografi che riescono a comporre poesie con le immagini. Ognuno ha il suo modo di esprimersi, tutto sta nello scoprire quale esso sia...
 
Non ho mai apprezzato così tanto i cinque sensi
 
12 febbraio

Icarus

Ora il grigio si è tinto di nero.
Il tuo bagliore era troppo grande per i miei occhi,
li ho strappati via.
Il tuo calore era troppo forte,
così ho ghiacciato il mio cuore.
La tua voce era troppo alta per le mie orecchie,
ho urlato più forte.
La cenere delle mie ali è sospesa nell' aria,
sta oscurando la tua luce.
 
 
Tigre! Tigre! fiamma iridescente
tra le foreste della notte,
che mano immortale o che occhio poté mai
forgiare la tua sinistra simmetria?
In che remote profondità o cieli
bruciò mai il fuoco dei tuoi occhi?
Con che ali osò lui innalzarsi tanto?
Quale mano afferrò il fuoco?
E quale spalla, e quale braccio
poté piegare i nervi del tuo cuore?
E quando questo cominciò a pulsare,
che mano temibile? e che temibile piede?
Quale martello? Quale catena?
In che fornace nacque il tuo cervello?
Quale incudine? Quale temibile morsa
osò stringerti nei suoi terrori mortali?
Quando le stelle buttaron via le lance di luce
e bagnarono il cielo delle loro lacrime,
lui sorrise vedendo il suo lavoro.
Ti creò forse lo stesso creatore dell’Agnello?
Tigre! Tigre! fiamma iridescente
tra le foreste della notte,
che mano immortale o che occhio osò mai
forgiare la tua simmetria tremenda?

 


Temi perchè sai che la tua fine è giunta,
l' uomo non ha più bisogno della tua luce:
sarà sufficente il fuoco dei miei occhi.
Nessuna voce sarà illuminante per lui,
nessuna istituzione potrà garantirgli la salvezza
troppo orrore è stato visto sotto questo cielo
è ora di tornare a rimirar le stelle.

Buio


09 febbraio

Happy birthday

Il sole che illumina il giorno del nosto compleanno è sempre diverso; non migliore, diverso. Ci rivolge tutte le attenzioni, nel bene e nel male, in un attimo siamo il centro dell' universo, e guardiamo il mondo scorrere a nostro piacimento
Venti. Non sono poi tanti alla fin fine. Giusto uno in più di 365 giorni fa. Finisce l' era del teenager, inizia un nuovo corso, al quale solo al termine potrai dare un nome. Ci sono le risate e le lacrime, ci sono le conversazioni che non possono aspettare, ci sono gli amori, ci sono le illusioni, le speranze che non portano dolori e i dolori che non portano speranza.
 
E ci sei Tu.
 
Un neonato sotto gli occhi dei parenti, tanti sorrisi che diventano un unico ringhio di sfida. E non serve a niente coprirsi gli occhi. Occhi rossi, guance umide e battiti irregolari del cuore. C' è il vedersi più grande, anche se solo di un giorno. Ci sono gli abbracci, ci sono le coccole, quelle vicine e quelle lontane. C' è il caldo, c' è il freddo. Ci sono le stelle, c' è la spiaggia. C' è il vento in faccia a 100 all' ora, c' è l' adrenalina. C' è la debolezza di ogni mio respiro: eco di ogni mio silenzio e sguardo, perso. C' è instabilità. C' è voglia di vivere, c' è voglia di morire.
C' è il profumo di casa che ti ama da lontano, c' è un folle che racconta il suo universo di storie, c' è la sua solitudine che si trasforma in moltitudine. Ci sono i brividi.
 
C' è vita.
 
 
 
Wish you were here
 
27 gennaio

Teardrop

Gli occhi del bambino sono la finestra sul mondo più bella che si possa avere.
La continua ricerca del nuovo tramite rapidi movimenti dello sguardo è vita.

 
Guardare il mondo attraverso un kaleidoscopio, scomporre la sua forma e ricomporlo più bello, guardare tutto dall' alto, per sentirsi "grandi" solo se lo si vuole..
Scoprire quanto di bello si può conoscere al primo sguardo.. quante sfumature non comprende un occhio ingrigito dal tempo?
Il riporre le certezze nella fantasia, l'affidare completamente la propia esistenza nella figura materna o paterna, il cercare ad ogni costo il sorriso nei "grandi" per rassicurarsi.
Ridere, ridere e ancora ridere, come solo un bambino sa fare. 
Il bacio della buonanotte, il bacio del buongiorno.. cos' altro ha un sapore così dolce?
Il profumo di casa.. quello che senti sulle mani della mamma..
il sedile del passeggero nella macchina di papà, dove riesci a malapena a gaurdare oltre il cruscotto, e ti diverti a credere che tutto il mondo si muova attorno a quell' automobile,  mentre tu sei fermo, e giochi disegnando la tua fantasia sul finestrino appannato.
 Le 8 di mattina e le 2 del pomeriggio, quando saluti la mamma e per qualche ora diventi "grande" tra gli estranei, affacciato alla finestra e conti i minuti che ti separano da lei.
Le carezze e gli schiaffi colmi di affetto, che bruciano come due soli tra i ricordi
La voce della mamma e la voce del papà... lacrime.
I pianti per una ramanzina, le fughe sotto alle coperte, lontano dal mondo e da ciò che ti vuole far del male.
Le ombre notture che hanno paura della luce.
Le nottate nel letto dei genitori come fosse il posto più sicuro del mondo, dove quelle due persone ti proteggerebbero al costo della loro stessa vita..

 

 


Il sorriso della mamma nel dirti "ti voglio bene" e il calore del bacio che ci cancella ogni paura.

08 gennaio

Sole di mezzanotte

Vi è mai capitato di avere paura di addormentarvi?
Non paura intesa come terrore, ma come ansia che però toglie il sonno. E' un illusione strana che prende corpo poco prima di chiudere gli occhi, nell' attimo in cui si chiude il libro che si sta leggendo e si spegne la luce. Tutto si distorce. L' ansia ha il sopravvento. Paura, appunto. Paura di perdere il proprio tempo, paura del domani, paura che potrebbe perfino non esserci un domani. H. P. Lovecraft, autore di romanzi horror, ha teorizzato la paura definendola come il sentimento umano più antico ed intenso. Senza paura saremmo perduti, non avremmo nessun metro di paragone per la realtà esterna e affronteremmo ogni aspetto della vita con noncuranza. Ed è proprio alla luce fioca di una lampada che il sonno della ragione inizia a generare i propri mostri. Sono pensieri figli di un silenzio, echi di solitudine del nostro cuore e della nostra anima. E' il nostro sguardo serrato, stranamente reattivo nonostante la stanchezza, ci impedisce di rilassarci ed avere sogni. E' quella strana sensazione avvolgente sotto le coperte, luogo sicuro che da bambini ci proteggeva dai mostri, diventa luogo di oppressione e di innaturale calore che fa paura. Tremo senza aver freddo, e conto le ore che mi separano da un domani troppo semplice per essere cambiato.